Krister Stendahl, " Paolo tra ebrei e pagani ", editrice Claudiana.
Recensione.
Krister Stendahl è un’autorevole biblista svedese contemporaneo, nonchè esegeta luterano, che attraversa una profonda crisi davanti ai dogmi luterani e della riforma protestante. In particolare in questo libro analizza alcune “certezze”, come la giustificazione per fede, che sono al fondamento di una certa teologia evangelica e, andando a ritroso attraverso la storia e l’esegesi del testo, dimostra che si tratta di concetti estranei alla chiesa primitiva che non hanno un fondamento nella teologia di Paolo, ma sono stati introdotti successivamente da S.Agostino e mutuati dai riformatori.
La tesi del libro è che a causa di un gioco di proiezione tra il pensiero di Lutero e la teologia della riforma, alcune cose sono state attribuite retrospettivamente a Paolo.
Uno dei concetti analizzati è quello di " introspezione" e dell’ossessione di Lutero di essere giustificato davanti a Dio in quanto peccatore. Il problema di Paolo, a differenza di Lutero, non era quello di come salvarsi, in quanto la sua salvezza riposava sulle promesse, quanto piuttosto di trovare un posto per i gentili nel piano di salvezza di Dio e riconciliare i due popoli: gentile e giudeo.
Dunque il problema di Paolo non è la questione di un uomo solo davanti al giudizio di Dio, ma quello di essere uno strumento di avanzamento del Regno con l’inclusione dei pagani che credono nel messia d'Israele.
Particolarmente Stendahl analizza il fraintendimento della lettera ai romani utilizzata coma l’epistola di concetti quali: giustificazione per fede, legge,grazia, tipici della dottrina riformata . Dunque l’importanza dei capitoli 9-11 piuttosto che i capitoli 7-8.
A pag. 31 così si esprime Stendahl : “ All’interpretazione di Paolo da parte dei riformatori soggiace un analogismo in quanto le affermazioni di Paolo su fede e opere, legge ed evangelo, ebrei e pagani, vengono lette nel contesto della pietà tardo medioevale. La legge, la Torà , con le sue precise esigenze della circoncisione e delle restrizioni alimentari, diviene un principio generale di “legalismo” in materia religiosa. Mentre Paolo si preoccupava della possibilità che i pagani venissero inclusi nella comunità messianica, le sue dichiarazioni vengono ora interpretate come risposte alla domanda di sicurezza a proposito della salvezza dell’uomo intesa in base a una comune categoria umana.” Dunque l’autore presenta un Polo apostolo dei gentili, ma perfettamente giudeo e a suo agio con la legge-Torà, che considera santa, impegnato nel costruire un ponte tra i due popoli, giudei e gentili.
Particolarmente l’antinomia tra fede ed opere è spiegata come un conflitto inaugurato per la prima volta da Agostino, iniziatore dell’introspezione con le Confessioni, tema questo totalmente ignorato dalla chiesa primitiva. Così a pag. 66 “ La ragione di questo strano stato di cose sta nel fatto che la chiesa primitiva percepì ciò di cui Paolo stava parlando, e cioè la relazione tra ebrei e pagani: ma questo non rappresentava un problema vivo in quei secoli.Non esisteva infatti comunicazione, non c’era alcun serio e aperto dibattito in corso sull’argomento, e quindi in un certo senso, le parole di Paolo erano irrilevanti. Quello fu piuttosto il tempo in cui proprio la prospettiva da cui Paolo osservava tale relazione fu inghiottita da un antigiudaismo, per non definirlo antisemitismo cristiano a proprio uso e consumo: cioè esattamente la vittoria di quell’atteggiamento che Paolo aveva intuito e iniziato a combattere nel cap.11 della lettera ai Romani.”
Dunque Paolo aveva prevenuto i credenti gentili dall’orgoglio antigiudaico ed invece il problema si realizzò in pieno.
Nel libro vengono passati al vaglio concetti paolini e la loro contraffazione riformata quali:
vocazione anziché conversione, debolezza anziché peccato, giustificazione anziché perdono, amore anziché correttezza, unico anziché universale.
Il tutto alla luce di un’autorevolezza esegetica che mette in forse molte interpretazioni consolidate e discute di Paolo come teologo riformato.
Le lettere di Paolo vengono ricollocate nel loro contesto originario e interpretate come scritti particolari, come li avrebbero uditi e intesi i primi credenti piuttosto che gli uditori occidentali europei moderni.
Naturalmente la tesi dell’autore è stata violentemente attaccata da fieri oppositori, ma queste sono le parole finali dell’autore a pag. 157 :
" il primo problema che abbiamo davanti a noi consiste nel chiarire se Paolo intendesse la sua argomentazione sulla giustificazione come la risposta alla domanda:’ Io, Paolo, come posso comprendere la collocazione nel piano di Dio della mia missione ai pagani, e come posso difendere il diritto dei pagani a partecipare alle promesse di Dio?’ Oppure se egli la intendesse come una risposta alla domanda , che io ritengo tardiva ed occidentale:’Come posso trovare un Dio misericordioso?’ "
A pag. 158 leggiamo: " Nella Lettera ai romani, Paolo non combatte il giudaismo, ma arriva fino al punto di mettere in guardia i cristiani di origine pagana contro ogni senso di superiorità nei confronti del giudaismo e degli ebrei”. Più chiaro di così! Buona lettura. G.M.
Ultimo aggiornamento (Domenica 17 Gennaio 2010 14:45)


