da "Commercio e Conflitto Israelo-Palestinese: un debole legame"
tesi di Laurea di M.Groppi
A breve distanza dalla visita in Israele del Primo Ministro italiano Silvio Berlusconi, il processo di pace tra Israeliani e Palestinesi torna ancora una volta al centro della scena politica internazionale. Comunemente associato alla risoluzione di conflitti, il benessere economico e’ stato lodato strumento essenziale per promuovere la pace in una zona così tormentata dell’emisfero. Davanti ad una gremita Knesset, Berlusconi ha elogiato lo stato di Israele per quello che e’ e rappresenta, si e’ schierato con la sua decisione di attaccare Gaza, ma ha anche esortato l’avviamento di un piano Marshall nei territori palestinesi per dar una chance al processo di pace.
Berlusconi non e’ il solo leader politico a sostenere un approccio economico al conflitto israeliano-palestinese. L’ex presidente americano George W. Bush, l’ex Primo Ministro britannico Tony Blair, il Primo Ministro Palestinese Salam Fayyad ed il presidente di Israele Shimon Peres non sono che una piccola parte dei sostenitori della teoria del commercio fautore di pace. Tale teoria non e’ affatto nuova a politici che si avvalgono del sostegno di un grande ramo di economisti in accordo con la classica nozione di Adam Smith, secondo la quale vi e’ una relazione positiva tra commercio e pace. Non e’ casuale che, quindi, fiducia nel commercio e nel benessere materiale siano costantemente presentati gli strumenti più plausibili ed affidabili per risolvere il conflitto israeliano-palestinese. La realta, pero’, potrebbe essere diversa.
Nell’agosto del 2008 sono andato in Israele ed in Cisgiordania per condurre un progetto di ricerca per la mia tesi di laurea sul conflitto israeliano-palestinese. La mia intenzione era quella di testare un collegamento nel ciclo liberale della relazione positiva tra commercio e pace, secondo la quale il commercio crea gruppi di attori con un interesse comune nel mantenere la pace con i partners commerciali. Il soggetto del mio studio sono due gruppi di uomini di affari palestinesi: i “traders” ed i “non-traders.” I traders sono uomini di affari palestinesi il cui business dipende dall’interazione con aziende straniere, mentre i non-traders sono uomini di affari palestinesi il cui business non dipende dall’interazione con enti esteri ed esisterebbe comunque[1].
I risultati dello studio sono interamente basati sul confronto tra i traders ed i non-traders per verificare la teoria che il commercio porta la pace, secondo la quale e’ lecito aspettarsi che i traders siano più propensi al mantenimento della pace che i non-traders. Per verificare tale ipotesi, ho somministrato un sondaggio in tre città della Cisgiordania, comparando le attitudini dei traders con quelle dei non-traders[2]. I risultati sono sorprendenti poiché si trovano in disaccordo con la teoria liberale menzionata. Durante l’intera analisi statistica[3] i traders si sono costantemente mostrati più ostili dei loro colleghi non-traders. Per esempio, la probabilità che i traders sostengano le operazioni dei martiri dentro i confini d’Israele e le dure ritorsioni dopo un attacco israeliano contro il popolo palestinese e’ di 88% maggiore di quella dei non-traders. I traders hanno anche una predetta probabilità di negare ai loro figli di avere qualsiasi tipo di contatto con altri bambini israeliani del 40% maggiore di quella dei non-traders. Infine, i traders sono più favorevoli alla creazione di uno stato palestinese senza riconoscimento di Israele, al lancio di razzi da Gaza e all’immediata rimozione degli insediamenti israeliani in Cisgiordania.
Ancora più scioccanti sono state le risposte a due domande che non ho inserito nè nell’analisi statistica ne’ nella tesi, ma sulle quali vale la pena riflettere[4]. Secondo la teoria liberale, e’ lecito aspettarsi che i traders sostengano il processo di pace e che, quindi, abbiano due principali priorità. Da un lato i traders potrebbero preferire lo sviluppo di politiche economiche a riforme politiche, in quanto senza commercio e benessere materiale la pace non può essere raggiunta. Dall’altro lato, i traders potrebbero invece spingere per l’avanzamento del processo di pace più che di riforme economiche, in quanto la costruzione di un solido scenario politico permetterebbe al commercio di fiorire e, in fine, di portare la pace. D’altro canto, quando e’ stato domandato loro di scegliere qual e’ la cosa più importante da ottenere per il popolo palestinese, i traders erano più propensi dei non-traders hanno prediletto questioni politiche come Gerusalemme capitale di un futuro stato palestinese, la creazione dello stato palestinese e la faccenda dei profughi e degli insediamenti. Allo stesso modo, quando e’ stato chiesto loro di classificare quelle che loro ritengono essere le più importanti priorità per il popolo palestinese, i traders hanno ancora prediletto questioni politiche su quelle economiche. Tali risposte sono, però, controverse perché non pongono riforme economiche come prime priorità e le questioni politiche, che potrebbero certamente favorire il commercio, rappresentano però ostacoli insormontabili allo stesso processo di pace. In altre parole, i traders sono sembrati meno propensi a compromettere i caldi temi politici più dei non-traders.
Il risultato più interessante sviscerato dall’analisi statistica, però, e’ quello che l’andamento generale del sondaggio e’ in realtà causato dai traders di Betlemme. Ciò vuol dire che, essere un trader che vive e viene da Betlemme ha più importanza di essere un trader che vive e viene da Gerico e Ramallah. Per esempio, la probabilità che i traders di Betlemme sostengano le operazioni dei martiri e’ 81,7%, cioè più di otto volte maggiore di quella dei non-traders della stessa città. In più, i traders di Betlemme hanno un 77% di probabilità in più di sostenere il lancio di razzi da Gaza ed un 12% in più di negare ai loro bambini di avere qualsiasi contatto con altri bambini israeliani. Al contrario, inaspettatamente, il settore di impiego (cioè l’essere un trader o un non-trader), non e’ mai stato un fattore a Gerico e Ramallah e Gerico e Ramallah messe insieme[5].
Dati i sorprendenti risultati provenienti da Betlemme, nell’ultima sezione della tesi ho cercato di esplorare le ragioni per le quali i traders di Betlemme sembrano essere più ostili dei non-traders provenienti da altri luoghi. Una possibile risposta potrebbe essere che, dopo la scoppiodella seconda Intifada nel 2000, i traders sono stati quelli che hanno subito più perdite e danni a causa delle ritorsioni israeliane e misure di sicurezza. Di conseguenza, l’afflusso di turisti e’ drasticamente diminuito, danneggiando seriamente molti dei business dei traders di Betlemme.
Mettendo da parte raccomandazioni future per Israeliani e Palestinesi in grado di accrescere le possibilità di riuscita del processo di pace, la conclusione e’ chiara. Il commercio non porta la pace e, almeno per ora, quelli che si suppone siano più a favore della pace sono in realtà i più ostili. La mia tesi non discute a sfavore del commercio e dello sviluppo economico in quanto noi, come comunità internazionale, non dovremmo mai smettere di aiutare quelli che stanno peggio. D’altro canto, cieca fiducia nel commercio, visto come il principale strumento di risoluzione del conflitto israeliano-palestinese non e’ la risposta. Sembra, invece, che le cause del conflitto siano radicate in altri fattori, probabilmente politici ed ideologici, più che nel benessere economico e nel materialismo.
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[3] L’analisi statistica e’ stata divisa in tre parti: livello con una variabile, livello con variabili di controllo ed un livello a più variabili. Ho utilizzato cross tabs, i test chi-square e regressioni logistiche[3
[4] Nell’analisi statistica della tesi ho scelto di non includere queste due domande perché non si riferiscono prettamente al sostegno della pace o no da parte di un individuo. La pace potrebbe essere raggiunta sia promuovendo il commercio che riforme politiche in grado di far fiorire il commercio e portare la pace. In ogni caso, e’ interessante vedere che cosa e’ più importante per i traders e per i non-traders.[4]
[5] E’ giusto menzionare che altre variabili oltre al settore di impiego come età, standard di vita e religione hanno contribuito ai risultati del sondaggio. Per esempio, soggetti più giovani, in generale, tendono ad essere più ostili che soggetti più anziani. Individui il cui standard di vita e’ peggiorato negli ultimi dieci anni sono più propensi a sostenere il lancio dei razzi da Gaza e dure ritorsioni dopo un attacco israeliano sul popolo palestinese più di quegli individui il cui standard di vita e’ rimasto uguale o migliorato. Infine, soggetti musulmani sono più di otto volte più propensi di altri soggetti non musulmani a sostenere le operazioni dei martiri in Israele.[5]
Ultimo aggiornamento (Lunedì 01 Marzo 2010 15:40)


