| Meditazioni bibliche |
Balam e Balak: la chiesa e il regno dei gentili.
Numeri cap. 22-23-24-25; IIPietro 2:15-22; Apocalisse 2:12-17.
Esamineremo il racconto di Balak e Balam, il profeta gentile, e la relativa interpretazione e avvertimento degli apostoli Pietro e Giovanni sulla relazione tra Israele e i popoli Gentili.
Nei brani citati si legge del tentativo, operato da Balak e Balam, di trattenere Israele fuori dal suo destino profetico e fuori dalla Terra. Inoltre, di quella parte della chiesa gentile, che induce Israele a disertare il Patto e la Torà, per unirsi ad un "universalismo dei popoli". Vedremo come questa tendenza di attrarre Israele è attuale, ed è la resistenza dei gentili ad entrare nel regno e nella profezia. Si tartta della fine del tempo della storia e l’inizio del tempo del Regno.
La storia è nota. Israele dopo 40 anni nel deserto è giunto davanti alle porte di Gerico, ma è ancora in terra di Moab. Il re di Moab, Balak, tipo di tutti i regni e le nazioni di questo secolo, è terrorizzato dalla potenza che si è manifestata tra il popolo d’Israele e che nessuno ha potuto trattenere dalla sua meta finale: né il faraone, nè tutte le altre popolazioni che pure hanno cercato di ostacolare la sua marcia. Balak si rivolge a Balam, veggente di Babilonia, perché ha saputo che la potenza di Israele risiede in un’arma speciale che è la parola. Con la parola, Mosè ha operato tutti i miracoli a cominciare da quello del Mar Rosso.
Così Balak chiede al massimo esperto di maledizioni, Balam , di pronunciare parole di maleficio contro Israele. Ma l’asino del Messia, cavalcato dal disubbidiente Balam, si arresta davanti all’Angelo con la spada sguainata. Balam, sospinto dalla sete di guadagno, continua il suo cammino contro il disegno di Dio per Israele e, anzichè profetizzare, finisce col pronunciare divinazioni.
Balam è il tipo di mago che imita i profeti. Egli indovina, ma non profetizza, che Israele prospererà sulla Terra promessa, che le tende di Giacobbe sono belle. Ma più ancora che uno scettro si leverà tra le nazioni e il Messia dominerà come un Re tra le nazioni. Egli preconizza l’avvento del tempo messianico, ma a differenza del profeta Mosè, che collabora con l’opera di Dio per Israele, il veggente gentile aspetta l’occasione per maledire e per incassare il suo “ salario d’iniquità”, come dice l’apostolo Pietro.
Vi è in questa visione la proclamazione del Messia come Colui che stando in mezzo a Israele dominerà tra tutti i popoli. Dunque il destino dei regni di Moab e di questo mondo è segnato: se non si sottomettono e ubbidiscono a quel che Dio ha stabilito saranno distrutti. Finisce il tempo dei Gentili, dei regni e della politica di questo mondo, e inizia l’era del dominio di Colui che porta la Pace.
Nulla può la parola magica e seducente contro l’immunità dalla magia che Dio ha messo in Israele.
Num. 23:23 dice: “ in Giacobbe non c’è magia, in Israele non vi è divinazione” che possa colpirlo.
Mentre i pagani si affidano alla divinazione che fa dell’uomo un burattino degli dei, Il Signore ha dato ad Israele un profeta, Mosè, che della profezia fa una collaborazione con Dio.
L’indovino fa un doppio gioco: sembra assecondare la previsione di Dio, ma in realtà pratica la magia e la seduzione per attrarre Israele e infine tenerlo fuori dalla Terra.
Ritroviamo l’angelo con la spada a due tagli in Apocalisse, nell’avvertimento alla chiesa di Pergamo. Lì vi sono i Nicolaiti, che si sono introdotti nella chiesa messianica, sinagoga giudeo-cristiana di Pergamo, e cercano anch'essi di separare Israele dal suo patto e dal suo destino, e soprattutto dalla Terra. I Nicolaiti erano una setta che coltivava la religione del cuore, tutta interiorità e sentimento, abolendo le prescrizioni visibili che il Signore aveva dato con la Torà sul Sinai. E’ il tipo di quei cristiani che sostengono che la Torà è solo per un tempo passato e quel che vale davanti a Dio è solo un cuore sincero, pieno di buoni sentimenti.
L’ Angelo avverte l’apostolo Giovanni che questi che si sono introdotto nella chiesa di Pergamo, sono in realtà seguaci di Balam.
Anche l'apostolo Pietro, nella seconda lettera parla di credenti che, prima sono entrati nel patto di Israele e nelle sue profezie, ma poi come Balak hanno cercato di trattenere Israele dal cammino che lo attendeva per l’attraversamento del Giordano. Li descrive come uomini che si comportano come il maiale che torna al suo fango e il cane che rivà al suo vomito, cioè scadono dalla grazia del patto d’Israele e dalla sua cittadinanza.
Nell’avvertimento dei due apostoli vi è un segnale di pericolo per le nazioni: divenire seguaci di Balam vuol dire fare di tutto per trattenere Israele dall’incontro con il suo Messia e dall’entrata nella Terra promessa. Vuol dire attirare Israele, con le lusinghe, a parcheggiarsi nella storia delle nazioni e a sottomettersi al Re di Moab, cioè all’ordine del presente secolo.
Si parla qui di un Cristianesimo che in duemila anni, con l’aiuto della teologia del superamento o dell’abolizione della legge, ha trattenuto Israele dal suo destino e dall’incontro col suo Dio. Cioè, alla fine, di un Cristianesimo che non annuncia più l’avvento del Re dei Re e la venuta del Suo Regno, di cui persino l’ingannatore Balam non può che annunciare il suo inevitabile dominio.
In vista delle cose future l’apostolo Giovanni ci mette in guardia verso quelli che negli ultimi tempi professeranno la dottrina di Balam, distraendo Israele dalla sua meta. Una chiesa che ha abbandonato la profezia per darsi alla divinazione e al regno nella storia di questo secolo, contro la vera storia di salvezza che prevede l'incontro col Messia di giudei e gentili e la salvezza per entrambi: giudei e gentili. Dunque a ben vedere, quelli che oggi si danno alla politica delle nazioni, che boicottano e avversano Israele come popolo del patto sulla terra, sono quei cristiani che non collaborano con i profeti biblici, e che in fondo sono dominati dalla paura di incontrare Colui che viene con le nuvole.
Un cristianesimo balamita che recita così: Israele non ha più un patto, se vuole può diventare cristiano e, soprattutto, non pretenda una Terra promessa, ma si accomodi nella terra di Moab che altro non è che l’America e l’Europa e i suoi costumi secolari. La religione di Balam è quella religione magica e secolarizzata più interessata alla storia e ai suoi traffici economici, che alla profezia e all’instaurazione del Regno di Dio.
Il " tempo dei gentili" è l’espressione biblica che meglio ci introduce al concetto biblico di fine del tempo o fine dei giorni. Ci ricorda che il Signore ha stabilito che la storia profana abbia un inizio e una fine. E' stabilito un limite, come termine del tempo, in cui il Signore manifesterà pienamente quello che ha già rivelato per mezzo dei suoi profeti. Mentre la storia secolare si dondola in una concezione di sua dimensione infinita e senza un giudizio finale, la Scrittura insegna che vi è un tempo della pazienza di Dio e un tempo del Suo giudizio e restaurazione finale. Il tempo della pazienza è stato quello delle sofferenze d’Israele nel deserto, ma ora è il tempo di un’alba nuova sulle rive del Giordano che sono in corso di attraversamento.
Così, come nulla hanno potuto le intenzioni maledicenti di Balak e Balam, le nazioni di questo mondo non hanno potuto trattenere Israele dal Suo destino, perché il suo destino è l'Iddio d’Israele. Persino i figli di Giacobbe di oggi si lasciano sedurre dalle lusinghe e dalle promesse di pace dei figli di Moab, dai consessi politici di questo secolo che promettono pace, ma non danno pace.
Ma il tempo giunge al suo termine affinchè i figli di Giacobbe e tutti quelli delle nazioni fedeli all'Iddio delle Scritture, approdino sulle rive dell’eternità e della Terra promessa.
J. M.
Ultimo aggiornamento (Giovedì 14 Ottobre 2010 13:55)


