Guarire con la preghiera: le due vite di Giobbe

Il racconto di Giobbe, il più antico libro della Bibbia, è un archetipo della condizione umana e rappresenta l’uomo che esce dalla sofferenza.

E' per noi come uno specchio in cui riflettere, identificarsi.

La domanda classica è perché all’uomo giusto e onesto capitino così tante sofferenze.

Perché il dolore dell’innocente? C’è un senso nel cammino di sofferenza di Giobbe?

Se la sofferenza dell’uomo dipende dai suoi errori, dal suo peccato, che cosa ha fatto o in che cosa ha mancato per meritarsi tanta sofferenza.

Ognuno di noi sperimenta nella sua vita un dolore che ci sembra immane o se non ci è accaduto lo temiamo.

Nel caso di Giobbe la morte dei suoi figli, l'angoscia per l’abbandono della moglie che lo invita a suicidarsi, la grave malattia.

Nella tradizione cristiana  quella di Giobbe è vista come la sofferenza espiatoria per il peccato e la salvezza altrui, cioè l’anticipazione dell’agnello sacrificale.

Colui che ha prefigurato la crocifissione e la resurrezione di Gesù. Con la differenza che, Gesù sceglie il suo sacrificio per amore di Israele e degli uomini, mentre Giobbe non sceglie la sua sofferenza.

In realtà noi sappiamo che G. si appellerà al suo Redentore, dunque l’esito felice della sua storia ci da un po’ di respiro.

Giobbe era un idumeo, dunque abitava nel paese di Edom, figura di questo mondo malvagio, ed assomiglia a tutti coloro che pur vivendo nelle circostanze mondane, non si adattano alle regole di questo mondo e per questo sono invisi da chi li circonda.

Edom rappresenta un mondo fatto di violenza, di lavoro in un ambiente ostile. E’ la sofferenza del diverso, di colui la cui Identità è diversa. In questo senso Giobbe è anche la figura di Israele, di colui che è avversato senza motivo, che si appella solo alla speranza che viene dal cielo e che rivolge tutte le sue interlocuzioni verso il cielo.

L’etimologia della parola conferma questa immagine. Il nome Giobbe deriva dal termine Ayab che significa " l’odiato". Mentre un altro etimo, Ayy Abum, si tradurrebbe con la circolocuzione: dov’è il Padre divino?

Entrambi i significati del suo nome ben descrivono la figura di un uomo odiato senza motivo e che si appella con forza al padre del cielo da cui attende l’unica risposta.

Giobbe è la figura dell’Israele sofferente come il Servo di Isaia 53, abbandonato dagli uomini e odiato senza motivo, ma che partecipa ad un progetto divino proprio a causa della sua sofferenza.

Ci rincuora il fatto che i due soggetti polari del racconto sono il nemico divisore, Shatan, e il Redentore.

La presenza di satana nel consesso dei figliuoli di Dio, al cap.1:6, ci avverte del fatto che quando uomini religiosi si riuniscono, il tentatore si inserisce. Inoltre il male di cui è cosparso il mondo

è più grande degli errori commessi dagli uomini.

Vi è un di più di dolore attribuibile alle passeggiate di satana, che non dipende solo dalle scelte errate di noi uomini.

Nell’insieme possiamo dire che quella di Giobbe è una prova, come ve ne sono molte nella Bibbia,

ma una prova raccontata in tutte le pieghe della sofferenza e della profondità delle parole.

Dunque un processo, attraverso il corpo e l’esperienza della sofferenza, per la trasformazione dell’animo che giungerà ad un nuovo livello di coscienza di Dio.

Nella prima parte abbiamo il Giobbe religioso, che si è fatto un’idea di Dio e Lo prega secondo rituali, ma sarà proprio lo specchio degli amici religiosi che si fanno avvocati di Dio a fargli abbandonare una dimensione religiosa con l’Altissimo per iniziare una autentica esperienza spirituale, basata sulle parole da rivolgere a Dio.