BABI YAR (1961) di Yevgeni Yevtushenko
Non vi è monumento commemorativo a Babi Yar;
solo un ripido burrone come la più rozza
delle pietre tombali.
Ho paura.
Oggi mi sento vecchio quanto la stirpe ebraica stessa.
Ora mi sembra d’essere un antico Israelita.
Eccomi vagare per l’antico Egitto.
Ed eccomi perire torturato e crocifisso
Ed ancora oggi porto il segno dei chiodi.
Ed ecco che mi sembra d’essere Dreyfus.
La massa filistea borghese mi denuncia e
mi giudica.
Sono dietro le sbarre. Circondato, perseguitato, coperto addosso di sputi,
diffamato;
e le signorine nei loro merletti di Bruxelles
strillano, colpendomi in faccia coi loro
ombrellini parasole.
Poi mi sembra d’essere un ragazzino a Bialystock.
Il sangue scorre, spargendosi sul pavimento.
I capobanda dei locali divengono sempre più brutalmente infuriati ed emanano
un tanfo che sa mezz’e mezzo di vodka e cipolla.
Ed io ricevo un calcio che mi scaraventa a terra, impotente a reagire;
invano supplico la calca dei bulli del pogrom,
mentre mi scherniscono e gridano “Uccidete i giudei, salvate la nostra
Russia!”
Mia madre viene picchiata con violenza da un venditore di grano.
O mio popolo russo, io so che nell’intima natura del tuo cuore tu sei
internazionalista,
ma spesso ci sono stati quelli che si sono sporcati le mani oltraggiando, in
nome dell’odio, il tuo più puro nome.
Io conosco la bontà della mia terra natia.
Com’è vilmente ripugnante che senza il minimo scrupolo, né vergogna alcuna,
gli antisemiti
si siano pomposamente proclamati
l’ “Unione del popolo russo”!
Mi sembra d’essere Anna Frank,
delicato come il più sottile dei germogli
in Aprile,
ed io amo e non ho bisogno di parole,
ma solo che ci fissiamo intensamente l’un l’altro negli occhi.
Come poco ci si può vedere o perfino percepire!
Ci sono state negate le foglie, così come ci è stato proibito il cielo,
eppure possiamo fare così tanto –
abbracciarci teneramente nell’oscurità di una stanza buia.
“Sta per arrivare qualcuno?”
“No, non temere – sono i suoni della primavera che fiorisce, sta presto
arrivando. Su presto, vieni qui e dammi le tue labbra!”
“Stanno sfondando la porta!”
“No, è il ghiaccio che si rompe, sciogliendosi nel fiume…”
A Babi Yar l’erba selvatica stormisce,
gli alberi appaiono minacciosi, come se giudicassero.
Qui tutto urla nel silenzio e,
levandomi il cappello,
mi sento come se i capelli mi stessero lentamente diventando grigi.
Ed io stesso divengo un lungo urlo
senza suono,
sulle migliaia e migliaia di uomini
qui sotterrati.
Io sono ognuno dei vecchi fucilati qui,
io sono ognuno dei bambini fucilati qui.
Nessuna fibra del mio corpo potrà mai dimenticare questo.
Che risuoni pure l’“Internazionale”
quando l’ultimo degli antisemiti sulla terra
sarà sepolto e dimenticato per sempre.
Nel mio sangue non c’è sangue ebraico,
ma mi sento addosso l’accanito furore
di tutti gli antisemiti
come se io fossi un ebreo –
ed è per questo che io sono un vero russo!
Ultimo aggiornamento (Lunedì 08 Febbraio 2010 15:49)


